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L'albero di Natale: tra tradizione e paganesimo

L'albero di Natale: tra tradizione e paganesimo

L'albero di Natale è per molti un momento irrinunciabile delle festività natalizie. In alcune culture, come quella anglosassone, rappresenta addirittura l'elemento centrale di quella che può essere definita l'estetica casalinga di questa festività. La nascita di questa tradizione è stata reclamata dalla città di Tallin, in Estonia, i cui abitanti sostengono che furono i primi ad erigere un albero ornato di luci e frutta nel dicembre del 1510. In realtà non esistono fonti attendibili e l'unica documentazione esistente attesta l'uso di abeti per festeggiare il Natale solo a partire dal 1570 in Germania, paese nel quale tuttavia questa pratica si consolidò solo un secolo più tardi con il "gioco di Adamo ed Eva"; "gioco" che si proponeva di ricreare il paradiso in terra ponendo nelle piazze o davanti alle chiesa alberi abbelliti di festoni, luci e prelibatezze alimentari.

L'utilizzo natalizio dell'albero, e dunque anche il suo significato connesso alla sacralità della sua funzione, ha però origini antichissime e, come la gran parte delle cerimonie religiose del nostro tempo, affonda le sue origini nel mondo pagano. Del resto l'albero è stato da sempre connotato di un forte simbolismo. Non è un caso, ad esempio, che la Bibbia faccia iniziare l'umanità proprio sotto un albero, espressione di fertilità e abbondanza: è un suo frutto infatti che porta l'uomo a scegliere il libero arbitrio rispetto al regno della verità univoca e oggettiva della "luce eterna" del divino. Come si diceva in precedenza intorno all'albero si sviluppano una serie di suggestioni che mettono sorprendentemente in relazione alcuni rituali pagani con il Natale cristiano. Tutto, si può dire, ha inizio nella Roma del tardo Impero con la diffusione Sol Invictus, una religione nata, pare, non si sa bene quanti secoli prima tra Egitto e Siria. Uno dei momenti centrale di questa credenza era il Dies Natalis Solis Invicti ("il giorno della Nascita del Sole Invitto") che si festeggiava alla fine di dicembre durante il solstizio d'inverno. Questa festa prevedeva l'intonazione di canti che invocavano il sole e la fertilità intorno a un cipresso (e non un pino o un abete, variante introdotta dalla cultura nordica solo in epoche molto più recenti) su cui erano posti fili d'argento, rappresentativi della dimensione femminile, e di oro, rappresentativi della dimensione maschile, che nello scendere dai rami più alti si intrecciavano ripetutamente (richiamando forse, implicitamente, il mito greco di Amore). Alla fine dei canti venivano distribuiti alcuni doni, essenzialmente frutta secca (il passato, ma anche la continuità) e frutta fresca (il nuovo). La scelta della data, vale a dire il solstizio d'inverno, anche in questo caso, non era casuale. Come è noto il termine solstizio viene dal latino solstitium, cioè "sole fermo", poiché composto da "sol", "sole", e "sistere", "stare fermo". Nell'emisfero nord infatti alla fine del mese dicembre il sole, dando l'impressione di fermarsi, inverte il proprio moto e raggiunge il punto di massima distanza rispetto all'equatore. A causa di questo fenomeno il rapporto tra giorno e notte si connota per la massima estensione del buio e del conseguente minor numero di ore di luce. Si verifica cioè la notte più lunga e il giorno più corto dell'anno. Dopo il solstizio d'inverno la luce inizia pian piano ad aumentare e il buio a diminuire, fino al solstizio d'estate dove tutto ricomincia. Il giorno del solstizio d'inverno ca
de generalmente il 21 dicembre, ma il fenomeno appena descritto diventa spesso visibile solo dopo tre o quattro giorni. È dunque è più o meno intorno al 25 dicembre che il sole, dopo aver superato il momento di "minor" luce, ritorna vitale e invincibile sulle tenebre, ossia, appunto, Sol Invictus, che ha così in questo giorno il suo annuale Natale.

È interessante ricordare che il Sol Invictus ebbe molti adepti anche tra i primi cristiani, a testimonianza di una notevole affermazione in tutto l'Impero di questo culto, che entrò in crisi solo quando fu messo al bando da Teodosio I il 27 febbraio 380 a. C. con l'editto di Tessalonica. Prima della sua rimozione ufficiale, l'imperatore Costantino, dopo la sua conversione al cristianesimo, decise, attraverso un editto non privo di opportunismo politico, che la natività di Gesù si celebrasse nello stesso giorno di quella Dies Natalis Solis Invicti. Il "Natale Invitto" divenne in tal modo il Natale cristiano, anche se l'usanza dell'albero sparì per un lunghissimo periodo, fin quando gli estoni o i tedeschi non decisero di riappropriarsene, imponendolo questa volta in modo definitivo. (R.C.)


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