Il dattero di mare e i molteplici impatti della pesca illegale

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Nasce da una recente collaborazione tra la Federico II e la Stazione Zoologica Anton Dohrn, un articolo sulla pesca del dattero di mare, illegale, che negli ultimi anni sta tornando a distruggere le coste mediterranee.

Lo studio, condotto sulle penisole sorrentina e salentina, fornisce un'analisi sulla biologia e l'ecologia del dattero di mare nelle coste interessate, sull'impatto della sua raccolta, oltre all'estensione geografica e alla persistenza, e le implicazioni in termini di perdita di capitale naturale.

La pesca illegale del dattero Lithopaga lithopaga è stata riconosciuta come una delle pratiche più distruttive per gli ambienti rocciosi superficiali. Infatti, i pescatori devono distruggere il substrato roccioso per raggiungere e prelevare il bivalve. Eppure, nonostante le leggi nazionali e internazionali proteggano questa specie e gli habitat rocciosi da questa pratica distruttiva, i datteri sono attualmente commercializzati in centinaia di ristoranti in Grecia, Balcani, Spagna e Italia.

Lo studio suggerisce quanto sia necessario adottare misure urgenti per contrastare questo fenomeno, accompagnate da azioni di restauro. L'articolo fornisce anche la prima stima degli impatti economici, sia in termini di servizi ecosistemici, sia in termini di costi per il restauro ambientale degli habitat colpiti. Inoltre, ci sono diversi valori intangibili, estetici e ricreativi, che sono difficili da stimare in modo esaustivo. 

Questo problema è sicuramente aggravato dalla scarsa consapevolezza dell'opinione pubblica sull'impatto di questa pesca illegale. 

In ultimo esistono rischi potenziali per la salute dei consumatori associati al consumo di datteri di mare, che bioaccumulano metalli pesanti e altri xenobiotici, spesso in concentrazioni superiori ai livelli soglia raccomandati dall'OMS.

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